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[colonna sonora gentilmente offerta da Jack Johnson; lo conosci?]

Prova a leggere queste affermazioni:

  • “qualcuno deve aver commesso un errore, non sono poi così brava”;
  • “è soltanto perché sono al posto giusto nel momento giusto”;
  • “ho soltanto avuto fortuna”;
  • “sono solo gentili con me”

ok, fatto?

Io, nel mio lavoro, ascolto spesso questo tipo di narrazioni, parole che scandiscono la difficoltà di attribuirsi un valore, alibi per permettere di non sentirsi orgogliose dei risultati raggiunti e sudati.

Ti è mai capitato di sentirti così? Ti è successo di sperimentare una di queste situazioni?

Se hai risposto affermativamente, beh, conosci molto da vicino quella situazione così subdola chiamata comunemente sindrome dell’impostore.

Questa dinamica psicologica si insinua in maniera piuttosto ambigua e falsa nella vita di persone che “impostori” non lo sono affatto, anzi, sono solitamente persone preparate, con un gran valore professionale e con numerose capacità. L’inghippo sta proprio nel non ritenersi mai all’altezza, ed ogni qual volta si ottiene un successo lo si affida al caso, alla fortuna o ad una serie infinita di situazioni esterne e mai al proprio valore o alle proprie qualità.

Questa compagna così insidiosa (dall’inglese impostor syndrome, o anche impostor phenomenon) viene legittimata  per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes per delineare proprio quello stato psicologico principalmente diffuso tra persone di successo, caratterizzato dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dalla paura continua di essere esposti e scoperti in quanto “impostori”. Insomma queste persone, nonostante prove concrete, sono convinte di non meritare il successo o i premi che riescono ad ottenere.

Riconoscere di essere parte di questa spirale così “truffaldina” è un piccolo passo per riuscire ad uscirne e per rivoltare quei blocchi che ti tengono aggrappata ad una realtà fittizia ed irreale (e ci tengono, perchè, pure io ogni tanto, sento quelle fastidiose vocine).

Cosa si può fare

Voglio provare a darti un consiglio.

Ho tratto ispirazione da un libro che mi piace molto e che consiglio spesso come lettura di approfondimento.

Si chiama “Vali più di quel che pensi” di Valerie Young.

Ad un certo punto c’è un argomento che mi sta molto a cuore, ovvero il “riconoscere i propri diritti”. Per le persone intrappolate in questa spirale, la convinzione è quella di non essere autorizzate a sentire, pensare o agire in un certo modo. Prova a pensare quindi se sei riuscita a garantirti almeno uno di questi diritti *.

  • Hai detto di no senza sentirti in colpa?
  • Hai il diritto di sbagliare o di fallire?
  • Hai diritto di sentirti orgogliosa rispetto ai tuoi successi?
  • Hai il diritto di raggiungere obiettivi che non rispettano le aspettative familiari/sociali?
  • Hai diritto di vedere le tue proposte considerate tanto quelle degli altri?

Quale di questi diritti è al centro dello scenario del nostro nemico giudice/impostore? Immagina di avere il diritto di provare una certa situazione o azione, come la descriveresti?

Immagina di poterti dire che sei pronta, che puoi farlo, che conosci quel tipo di argomento, che puoi migliorare con l’esperienza: che cosa provi?

Mettilo nero su bianco, non lasciarlo soltanto nella tua testa, usa la scrittura come arma potente per darti questa possibilità.

Questo è ovviamente un piccolo passo, secondo me utile però per capire però che le basi per poter cambiare prospettiva sono davvero possibili.

E tu, quale diritto vuoi finalmente esercitare?

*questi “diritti” sono tratti dal libro Vali più di quel che pensi di Valerie Young


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Ciao, sono Roberta Vacca

Ciao, sono Roberta Vacca

Psicologa, formatrice e creatrice di Cambio Prospettiva, luogo sicuro per prenderti cura di te. Coltivo emozioni imperfette e meraviglia.

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